Davide Scazzieri è vice presidente del Comitato Paralimpico regionale dell’Emilia-Romagna e da atleta ha vinto i campionati mondiali in Taiwan nel 2007 e ha partecipato alle Olimpiadi di Londra nel 2012 nella disciplina del tennis tavolo.
Con lui affrontiamo tematiche molto interessanti e cerchiamo di scattare un’istantanea alla situazione attuale del movimento sportivo per persone con disabilità nella nostra regione e non solo.
Dalle sue parole traspare una straordinaria umanità e una grandissima determinazione nell’affrontare la vita giorno dopo giorno, nonostante le difficoltà che essa ci riserva.
Dopo due anni così complicati, qual è la situazione attuale del movimento paralimpico nella nostra regione?
“Noi, con le nostre attività, siamo riusciti ad andare avanti tranquillamente. Abbiamo continuato a fare promozione all’interno delle unità spinali, dei centri protesi e nelle case della salute, che per noi sono punti di riferimento importanti al fine di promuovere lo sport. I numeri sostanzialmente non sono cambiati, anzi dopo le paralimpiadi solitamente ci sono più persone che si informano sui progetti e spingono per avvicinarsi all’attività sportiva. La copertura mediatica delle paralimpiadi, che oramai sono seguite dalle TV come i giochi olimpici, ci dà un aiuto enorme. Quindi non è solo merito nostro, perché la mediaticità diventa davvero un grosso stimolo”.

Quindi l’aumento della copertura mediatica è un fattore così determinante?
“Si, è fondamentale, soprattutto nel periodo che segue i grandi eventi che vengono trasmessi in TV. Appena questi finiscono, aumenta in tutti la voglia di fare sport. Nell’attività paralimpica la maggior parte dei limiti sono di natura mentale, oltre a quelli fisici che naturalmente sono innegabili”.
Quanto è importante per una persona diversamente abile avere una possibilità concreta per andare oltre i propri limiti e per sconfiggere un avversario al quale si trova di fronte su un qualsiasi campo da gioco?
“Per tutti ogni giornata è una prova da superare, le difficoltà ci sono per chiunque. La mia unghia incarnita mi dà molto più fastidio della ferita da 25 centimetri che vedo sulla gamba di un’altra persona. Ognuno ha la sua storia e il suo percorso di vita, ma per un disabile, specialmente, ogni piccola azione diventa un combattere contro sé stessi e contro tutte le barriere di ogni tipo che ancora oggi esistono nella società. Il ragazzo tetraplegico che arriva in palestra per giocare a tennis tavolo ha già vinto la sua personale partita, nel senso che arrivare lì è molto più complicato di sfidare poi il suo avversario. Ed essere a quel tavolo, uno di fronte all’altro, è già per entrambi una conquista enorme. E questa considerazione vale per tutti gli sport. Pensa al nuoto…già raggiungere la vasca è tanta roba! La prima conquista è arrivare a fare sport”.

Sport è inclusione?
“Certo, per noi inclusione è andare a fare sport come tutti gli altri. A Imola ho fondato qualche anno fa una società di tennis tavolo, che si chiama “Lo sport è vita”, dove arriviamo addirittura ad avere un’inclusione al contrario. All’inizio tutto era nato come società per atleti disabili, ma alla fine abbiamo inglobato con noi molti atleti normodotati. Siamo 30 tesserati ed è per me un bellissimo esempio. Non esiste una categoria debole e una forte, ma per me inclusione significa soltanto fare qualcosa assieme a qualcun’altro. Quando perdi è perché sei stato meno bravo del tuo avversario, non perché sei seduto sulla carrozzina. Mi capita di giocare contro ragazzi normodotati, che stanno in piedi sulle gambe, e se perdo vuol dire che lui è stato più forte di me. Lo sport aiuta tutti a non avere inutili sensi di inferiorità, è un discorso generale”.

Parlando di disabilità, esiste ancora qualche tabù in Italia al riguardo?
“Le cose a dire il vero sono migliorate molto, ma da lì a cambiarle del tutto manca ancora molta strada. Dipende molto da come ognuno di noi si pone di fronte alla vita; se il disabile sente di avere delle barriere, sicuramente le proietta su chi ha di fronte. Se invece uno è disinvolto e tranquillo, trasmette un senso di sicurezza che ha un effetto positivo nel rapporto sociale che sto instaurando in quel momento. Ho tanti amici disabili che comunque sono autonomi in tutto e per tutto e hanno una vita normalissima. Tutto dipende dall’approccio mentale alla disabilità”.

Quindi la componente mentale è predominante nella reazione alla disabilità?
“Assolutamente si. Vista anche la mia esperienza te lo posso assolutamente confermare”.
Quanto è importante lo sport nel superare le eventuali barriere che una persona si costruisce dentro di sé?
“Secondo me arriva a fare sport, soprattutto ad alto livello, chi è davvero determinato e non si crea inutili barriere, altrimenti difficilmente ci può riuscire. Se quando parti per una trasferta ti preoccupi della comodità del letto sul quale andrai a dormire, difficilmente diventerai un campione”.
Nella tua carriera hai partecipato a Londra 2012. Che esperienza è stata?
“Esperienza bellissima. Sembra un mondo finto, dove tutto è perfetto e dove tutti sono super-atleti. Trovi gente che ti chiede gli autografi e questo per me è strano parecchio, non ci sono abituato. E’ fantastica la sensazione di sentirsi al posto giusto nel momento giusto, un’emozione indescrivibile. La cosa più difficile è non subire l’impatto emotivo di avere 2500 persone che hanno pagato il biglietto per vederti giocare mentre ti giochi una medaglia. E’ il sogno di ogni atleta, il momento più bello in assoluto della mia carriera sportiva”.

Come andarono le tue gare alle Olimpiadi di dieci anni fa?
“Siamo arrivati ai quarti di finale nel torneo a squadre e ci siamo giocati l’accesso alla zona medaglie contro i padroni di casa in un palazzetto gremito, dopo aver battuto in precedenza Ucraina e Thailandia. Con gli inglesi abbiamo perso 3-0 in maniera netta ma è stato un onore per me giocare quella sfida davanti ad un pubblico così caloroso e corretto. Siamo arrivati tra le prime 8 al mondo e di più non potevamo assolutamente pretendere.
Nel torneo individuale sono invece uscito nel girone iniziale a 3, che era veramente di altissimo livello e che dava l’accesso alla seconda fase soltanto al primo classificato. Ero l’ultimo dei qualificati e avrei dovuto fare due miracoli per superare il turno. Ma purtroppo non ci sono riuscito”.
[Leonardo Fiocchi]