Mirko Mazzoli è uno psicologo specializzato in Psicoterapia Biosistemica, Sessuologia, Psicologia dello Sport, Psicologia della Performance. Nella sua carriera è stato il primo pallanuotista faentino a far parte di una squadra di serie A1, facendo, poi, parte del direttivo dell’ Associazione Italiana Psicologia dello Sport e dell’Esercizio Fisico (AIPS).
Svolge le sua attività professionale al fianco di atleti di livello agonistico, amatoriale e Olimpionico: “Sono abituato a praticare la tecnica dell’EMDR per la desensibilizzazione dei traumi psichici, fisici e installazione di vissuti positivi e processi funzionali. Tengo corsi per migliorare le prestazioni professionali a manager, imprenditori, studenti, professori, chirurghi, musicisti, atleti, militari, artisti, scrittori, artigiani, commercialisti, broker finanziari, per fargli raggiungere i loro obiettivi prestazionali”.

Mirko, ci parleresti del libro “Lo sport maestro di vita”? Come è nata questa idea? Perché, secondo te, un atleta dovrebbe leggere la tua pubblicazione?
“Il libro è nato da un’idea di Daigoro Timoncini, lottatore di greco-romana che seguo dal 2007 e che ha disputato nella sua carriera 3 Olimpiadi (Pechino 2008, Londra 2012 e Rio 2016) e svariati Campionati Europei. All’epoca ero il suo psicologo dello sport e, appena prima di qualificarsi all’Olimpiade di Pechino, mi propose di scrivere un libro assieme nel quale parlare dello sport come maestro di vita. Io accettai immediatamente e in quel preciso momento è nata la storia di quest’opera da poco pubblicata. Nel libro vengono affrontate tematiche molto affascinanti, come ad esempio le life skills, cioè particolari abilità di vita che vengono sviluppate dalle persone che fanno sport con regolarità in maniera notevolmente superiore rispetto a coloro che al contrario non praticano nessuna attività. Daigoro voleva parlare della sua vita e della sua storia e ha chiesto un mio contributo scientifico come completamento; questi due aspetti, secondo me, si sono sposati alla perfezione. Non solo gli atleti dovrebbero leggere questo libro, ma anche i genitori, i dirigenti, gli allenatori: ciò che si apprende grazie allo sport sono competenze trasversali, che rimarranno per tutta la vita. Lo sport ha una straordinaria potenza educativa e tutti dovrebbero rendersene conto”.

Quanto c’è della tua esperienza da atleta nel libro? Per capire e poter essere d’aiuto agli atleti con cui lavori, è fondamentale per te essere stato a tua volta prima un nuotatore e poi un pallanuotista di ottimo livello?
“Della mia esperienza di atleta non c’è moltissimo, ho cercato di approcciarmi al libro da un punto di vista prevalentemente scientifico. Il mio scopo era sottolineare l’importanza dello sport a livello educativo. Esso ad esempio aiuta a prendere decisioni in tempi rapidi, insegna a controllare l’aggressività e favorisce il corretto sviluppo della personalità. Per quel che riguarda il mio passato in vasca, sicuramente aiuta molto nel rapporto con gli atleti che seguo direttamente. Se non hai vissuto situazioni di squadra, con eventuali condivisioni di vittorie o momenti di frustrazione, e se non hai sperimentato sulla tua pelle cosa vuol dire soffrire per arrivare ad un traguardo l’approccio con gli atleti diventa secondo me molto più faticoso. Se non hai fatto certi tipi di esperienze, risulta davvero complicato stabilire una sorta di empatia e di contatto positivo con questi professionisti”.

Quanto incide la parte mentale nella prestazione di ogni atleta?
“Un atleta, per la scienza, è composto da cinque componenti principali: tecnica, tattica, parte fisica, parte mentale e aspetti ambientali. Più il livello è basso, più la differenza la fanno gli aspetti tecnici, tattici e fisici. Quando il livello, invece, si alza la parte mentale e ambientale la fanno assolutamente da padrone. Tant’è che si stima che a livello professionistico la componente mentale incida al 70% sulla prestazione finale dell’atleta. Si legge anche nelle biografie scritte dai grandi campioni; la forbice tra chi vince e chi invece si classifica, ai massimi livelli ha origine prevalentemente nell’approccio mentale”.

Ultimamente sempre più atleti si affidano ai mental coach per migliorare le proprie prestazioni. E’ questo il futuro o la vedi solo come una tendenza passeggera?
“La psicologia dello Sport è nata in Italia nel 1964, grazie al contributo di Ferruccio Antonelli che proprio in quell’anno creò l’AIPS (Associazione Italiana di Psicologia dello Sport). Purtroppo nella nostra nazione la parola “psicologia” viene spesso associata alla malattia ed alla sua cura, e questo tabù culturale ha impedito alla figura dello psicologo dello sport di potersi sviluppare negli anni successivi come invece avrebbe meritato. E’ veramente un paradosso; tutto è nato qui e siamo stati gli ultimi ad interpretare questa figura nella maniera corretta. In ogni atleta gli aspetti pedagogici e psicologici sono elementi fondamentali per la sua carriera, e questo è documentato scientificamente dalla fine dell’800. Parlando della mia esperienza, nel 2012 sono stato il primo psicologo dello sport ad essere assunto da una società natatoria di alto livello, l’Imola Nuoto. Fu un intuizione del presidente Piancastelli, che non smetterò mai di ringraziare per aver creduto in me e nella validità del mio lavoro. Adesso la figura dello psicologo dello sport è ormai una normalità e il tabù di cui ti parlavo prima è praticamente scomparso, per fortuna. Quindi non è una moda, ma sono aspetti scientifici che vengono studiati da moltissimi anni. Rudic e Velasco, solo per citare i più conosciuti, hanno sempre voluto nel loro staff una persona che si occupasse della componente mentale. Se poi adesso alla gente piace affidarsi ai mental coach a me va benissimo, ma credo sia più appropriato e redditizio rivolgersi a psicoterapeuti o psicologi con una preparazione scientifica decisamente più solida. La formazione nel nostro campo è sempre da ricercare e da pretendere”.

So che non è una domanda facile, ma quale sfaccettatura del tuo lavoro ti dà maggiori soddisfazioni?
“La soddisfazione più grande è condividere con gli atleti il loro percorso di vita. Io faccio un lavoro meraviglioso perché, come diceva Freud, “ogni giorno per me è un incontro nuovo”. E’ bellissimo stare con le persone, sia nei momenti di grande dolore che nei momenti di grande felicità. Questa è la grande soddisfazione, condividere le emozioni con loro”.